Sinistra sbolenfia

E la Sinistra, sinistra, somministra
Varie carie dentarie alle primarie:
si registra l’ex ministra o chi amministra,
Fanno malanno e danno l’orticarie.

Renzi: sentenzi, e, di silenzi, pochi.
Bersani: mani in mani, e invece: troppi.
Civati e i ‘nati’: andati fuor dai giochi.
Progetti stretti, già letti, e un po’ zoppi

Si spera in rosso di sera? c’era: Vendola.
Ma l’abbini agli abomini di Casini,
E alieni, ottieni freni, dividendola.

Grillo è un assillo, oscillo, fo confronti…
Adesione all’astensione a profusione?
Codesta banda è funesta… resta Monti.

Spiegazioni
Un branco di poeti pazzi mi ha recentemente iniziato su facebook alla pratica del sonetto sbolenfio (poi si dice della dannosità sociale dei social network), del quale -incredibile a dirsi- ignora l’esistenza perfino wikipedia (anzi, qualcuno dovrebbe provvedere).
I sonetti in quesione sono autentiche torture per l’avventato poetastro che voglia cimentarvicisi. Prevedono la presenza del più possibile numero di rime interne ai singoli versi, e preferibilmente (cosa che io però non ho rispettato) rime sdrucciole. Con ogni probabilità andrebbero scritte su di una gamba sola mentre ti scappa la pipì, per rendere la cosa ancora più acrobatica.
Siamo gente strana, in effetti.
Dai miei brevi studi, assistito dall’esimio prof. Gùgoli, la pratica risale ai componimenti di Argia Sbolenfi, alias Olindo Guerrini, notevole personaggio di fine ottocento che non conoscevo perchè sono un illetterato, e che non sfigurerebbe in certi gruppi facebook d’oggidì.
Di lui parla wikipedia in questa pagina (sembra un Jean Reno ante litteram).
Qui altre notizie, e qui le rime di Argia Sbolenfi integrali.

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Lecturae Esodantis – parte terza – finale

Dopo la prima e la seconda parte, ecco il gran finale del celeberrimo canto V-bis, in cui si narra del girone degli esodati, dove il poeta incontra due anime eternamente legate fra loro, in espiazione, anch’essi esodati dal futuro incerto: Bersani e Alfano. Ed è il più anziano dei due che prende parola:

 

      «O elettor grazioso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che nel tempo sottraem lo scrigno,

      Sul grillo il voto tuo non sia riverso,
noi qui brighiamo ancor per la tua pace,
abbi pietà del nostro mal perverso.

      Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ’l vento, come fa, ci tace.

      Trema la terra dove nato fui
In quella valle dove ’l Po discende
che ora ha pace, co’ seguaci sui.

      Monti, ch’all’alto scran ratto s’apprende
prese costui deh la bella poltrona
che mi fu tolta: e ’l modo ancor m’offende.

      Monti, che nulla tassa evader perdona,
mise quest’uom a dar con me manforte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

      Monti condusse noi ad una morte:
E Grillo attende chi a vita ci spense».
Queste parole da lor ci fuor porte.

      Quand’io intesi quell’anime offense,
china’ il viso e tanto il tenni basso,
Che un giornalista disse: «Beh? Che pense?».

      Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!».

      Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: «Piergigi, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.

      Ma dimmi: al tempo dei vecchi rigiri,
perchè e come concedeste a Arcòre?
Ne conosceste i palesi raggiri!».

      Ed egli a me: «Non ho maggior dolore
che ricordarmi del tempo felice
in cui bastava dar contro al Signore.

      Ma se conosci l’antica matrice
del mio partito e da che cosa è affetto,
capirai che mi lega a ‘st’infelice.

      Litigavamo un tempo per diletto
finchè lo spread un dì non ci costrinse
a darci mano invece che dispetto

       In più fiate re Giorgio ci convinse
Ad appoggiar governo a entrambi inviso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

       Quando leggemmo un giorno all’improvviso
Questa riforma della Dea Badante,
Dicemmo ‘faccia lei’ e fu deciso:

      e la votam con man tutta tremante.
Galeotta la riforma e chi la scrisse:
quel giorno più non fum significante».

      Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangea; sì che di pietade
ne ebbi men che sole in un’eclisse.

      E cadder come corpo morto cade.

 

 

…e pensare che qualche mese fa pensavamo fosse cominciato finalmente il purgatorio… Ahi serva Italia… no, ora basta, tranquilli, mi calmo.

Che mi perdoni il Sommo tanto ardire.

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Lecturae Esodantis – parte seconda

Continua dalla puntata precedente, gentilmente ripresa da bimboalieno, -il cui blog vi consiglio per tutt’altri migliori motivi-

[…]
      E come i candidati al cda Rai,
che fanno in aer di sé sì lunga riga,
così vid’io venir, traendo guai,

      ombre portate da la detta briga;
per ch’i’ dissi: «Susanna, chi son quelle
genti che la megera sì gastiga?».

      «Li primi di color di cui novelle
tu vuo’ saper», disse Camusso a botta,
«furono quei cui alzaron l’asticelle

      Fecero la lor strada interrotta,
fidando la certezza della legge,
Che invece guarda lì com’è ridotta.

      Son quattrocentomil di cui si legge
cui Mastrapasqua fece quella chiosa,
E ancora Monna Elsa non corregge.

      sessantacinquemil è poca cosa,
Pure s’ostina a non vederne il neo
Tant’è caparbia, quella vecchia sposa.

      Altri cinquanta, forse, e marameo,
potran trovar posto tra le postille,
Purchè rimanga intatto il suo trofeo.

      Tutto molto italiano». E più di mille
ombre mostrommi ed indicommi a dito,
che non poteo creder alle pupille.

      Poscia ch’io ebbi tutto questo udito
ed ebbi maledetto i ministeri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.

      I’ cominciai: «Susanna, volontieri
parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri».

      Ed ella a me: «Vedrai quando saranno
più presso a noi di quanto gliene frega
Di tutto ciò. Che pena… ma verranno».

      Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: «O anime affannate,
venite a Ballarò, s’altri nol niega!».

      Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere dal voler portate;

      Sono Bersani e Alfano, e già sorrido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettuoso grido.

[continua]

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